Il casco che salva i capelli dalla chemio

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Si è tenuto a Milano “IEO per le Donne”, il primo e tutt’ora unico incontro in Italia organizzato da un ospedale per il dialogo con i pazienti, dopo e al di là del ricovero e la cura.

Voluto e ideato da Umberto Veronesi otto anni fa per le donne colpite da tumore del seno, l’evento ha l’obiettivo non solo di accogliere le pazienti, ma anche di dare un segnale ai medici e alla società su cosa vuol dire oggi ammalarsi di cancro del seno, e fin dove può spingersi l’oncologia moderna per la guarigione della donna nella sua globalità di persona.

IEO ha creato diversi servizi fondati sull’attenzione alle esigenze della persona: dallo Spazio Benessere, come supporto per pazienti e familiari durante il percorso terapeutico in ospedale, al progetto ”Medici IEO nella tua Città” che porta gli specialisti sul territorio per evitare ai pazienti, ove possibile, trasferte impegnative, oltre a una serie di agevolazioni per i loro trasferimenti allo IEO. Ma anche nella terapia l’obiettivo è l’attenzione alle persone nella loro identità completa.

caschetto contro la caduta da chemioterapia testato dallo IEO(Credit to: Corriere.it)
Un esempio importante è rappresentato da uno speciale caschetto che si indossa durante la chemioterapia per non perdere i capelli. In IEO è stato utilizzato da 30 pazienti di tumore al seno, con risultati incoraggianti: in alcuni casi la capigliatura è rimasta intatta, come testimonia una giovanissima paziente presente all’incontro.

L’idea di ridurre la caduta raffreddando il cuoio capelluto risale in realtà agli anni ’60, ma i risultati con diversi tipi di copricapo sono stati fino ad oggi poco soddisfacenti. «In IEO stiamo valutando, primi e unici in Italia, – spiega Paolo Veronesi – un sistema avanzato di raffreddamento che, tramite un caschetto da indossare prima, durante e dopo l’infusione di chemioterapia, protegge le cellule dei bulbi piliferi del cuoio capelluto dai danni da farmaci.

Il freddo diminuisce la perfusione del sangue e il metabolismo, frenando localmente l’attività “distruttiva” dei chemioterapici». Ma sottolinea: «Va chiarito che non tutti i pazienti hanno le indicazioni al trattamento con il caschetto, perché il successo è legato alla tipologia di protocollo chemioterapico, alla dose, al tempo di infusione e, come per tutte le cure, alle caratteristiche individuali della persona. Dopo il primo gruppo pilota, continueremo a studiare questo strumento per perfezionarne ed estenderne al massimo l’utilizzo».

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