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Caduta dei capelli: quando diventa un problema e a chi rivolgersi per prima

È una delle scene più ricorrenti nelle visite tricologiche: la doccia, il pettine, il cuscino al mattino. Una manciata di capelli che prima non c’era. La domanda che il paziente porta al medico è quasi sempre la stessa: «Sto perdendo i capelli o è normale?»

È una domanda legittima, e non ha una risposta univoca. Perdere capelli, entro certi limiti, fa parte del normale ciclo di rinnovamento del follicolo pilifero. Ma esiste una soglia oltre la quale la caduta smette di essere fisiologica e inizia a essere il sintomo di qualcosa che merita una valutazione clinica. Capire dove sta quella soglia, e soprattutto a chi rivolgersi per primi, è il primo passo per non perdere tempo prezioso.

Questo approfondimento prova a fare chiarezza su tre punti fondamentali: quanti capelli è normale perdere, quando la caduta diventa patologica, e perché la visita tricologica, non un integratore, non uno shampoo, non un trapianto, è il punto di partenza corretto.

Per rendere concreto il percorso, lungo l’articolo facciamo riferimento alla pratica clinica dello studio DJ Medical, condotta dalla Dott.ssa Dania Janniello, medico chirurgo specialista in Medicina Estetica con attestato in Tricologia rilasciato dalla Società Italiana di Tricologia (S.I.Tri./TricoItalia). Lo studio è attivo a Casal Palocco (Roma Sud) ed è uno dei pochi nel territorio a lavorare con un protocollo tricologico medico strutturato dall’anamnesi alla tricoscopia, fino al follow-up nel tempo.

Quanti capelli si perdono in un giorno (e perché il numero da solo non basta)

Il cuoio capelluto ospita in media tra 100.000 e 150.000 follicoli. Ognuno segue un ciclo composto da tre fasi: una fase di crescita attiva (anagen), una breve fase di transizione (catagen), una fase di riposo che si conclude con la caduta del capello e la sua sostituzione (telogen). Perdere ogni giorno una quota di capelli in fase telogen è quindi non solo normale, ma necessario perché il follicolo possa rientrare in anagen e produrre un nuovo capello.

Il range comunemente accettato in letteratura è di circa 50–100 capelli al giorno in un soggetto sano. Può sembrare molto, ma non lo è se si considera quanti follicoli abbiamo in testa. Il problema, però, è che questo numero, da solo, non significa quasi nulla: nessun paziente li conta davvero, e la stessa quantità può essere fisiologica per una persona con capelli densi e preoccupante per una persona con un cuoio capelluto già rado.

Per questo, una valutazione tricologica seria non si limita a contare i capelli persi. Si basa su tre indicatori clinici:

1. La durata. Una perdita più intensa che dura due o tre settimane, spesso in primavera o in autunno, rientra quasi sempre in una variazione fisiologica stagionale. Una perdita che si protrae per più di tre o quattro mesi è un segnale che merita approfondimento.

2. La qualità del capello che cade. Se i capelli che troviamo sul cuscino o nella spazzola sono lunghi, dello stesso spessore di sempre, e il bulbo è ben visibile, è probabilmente una caduta in fase telogen, può essere fisiologica o reattiva. Se invece notiamo che i capelli che cadono sono sempre più sottili, più corti, con un fusto miniaturizzato, è un campanello d’allarme: significa che il follicolo sta producendo capelli più deboli, ed è il segno tipico dell’alopecia androgenetica.

3. La distribuzione. Una caduta diffusa, omogenea su tutta la testa, è clinicamente molto diversa da un diradamento concentrato sulle tempie e sul vertice (tipico dell’uomo) o sulla riga centrale (tipico della donna).

La mappa del diradamento orienta la diagnosi più di qualunque conteggio. Le due cause più frequenti: alopecia androgenetica e telogen effluvium

Senza voler trasformare questo articolo in un manuale di tricologia, vale la pena distinguere le due forme più frequenti incontrate nella pratica clinica. Riconoscerle non è compito del paziente, ma capirne la differenza aiuta ad arrivare in visita con le idee più chiare.

Alopecia androgenetica. È la causa più comune di diradamento in entrambi i sessi. Ha una base genetica e ormonale: il follicolo, geneticamente predisposto, diventa più sensibile al diidrotestosterone (DHT), un metabolita del testosterone. Sotto questa pressione il follicolo si miniaturizza progressivamente, produce capelli sempre più sottili e corti, fino a esaurirsi. Nell’uomo segue il pattern Hamilton-Norwood (stempiatura, vertice), nella donna il pattern Ludwig (diradamento della riga centrale, attaccatura conservata). Non è una «caduta»: è un diradamento lento e progressivo, che spesso il paziente nota in ritardo.

Telogen effluvium. È invece una caduta diffusa, abbondante, reattiva. Il follicolo non si miniaturizza: viene spinto in massa in fase telogen da un evento scatenante. I trigger più frequenti, identificati in anamnesi, sono uno stress fisico o emotivo intenso, un parto, un intervento chirurgico, una febbre alta, una carenza marziale o vitaminica (ferritina, vitamina D, B12), un farmaco nuovo, una tiroidite, un episodio infettivo recente, negli ultimi anni anche post-Covid. La buona notizia è che il telogen effluvium è quasi sempre reversibile, a patto di identificare e rimuovere la causa. La cattiva notizia è che è facile scambiarlo per alopecia androgenetica e trattarlo male.

Esistono ovviamente altre forme, alopecia areata, alopecie cicatriziali, traction alopecia, trichodinia, ma in oltre l’80% dei casi clinici si tratta di una delle due condizioni sopra, talvolta sovrapposte. La distinzione non si fa «a occhio»: si fa con la tricoscopia.

Nella pratica della Dott.ssa Janniello, la prima visita è costruita proprio attorno a questa distinzione: l’anamnesi raccoglie in modo sistematico storia familiare, esordio della caduta, eventi scatenanti recenti (stress, parto, interventi, terapie nuove, episodi infettivi), esami ematici già disponibili e abitudini quotidiane. Solo dopo aver ricostruito il quadro complessivo si passa all’esame tricoscopico, che conferma o esclude le ipotesi raccolte. È un modo per evitare l’errore più comune: trattare un telogen effluvium come fosse un’alopecia androgenetica, o viceversa.

Il ruolo della tricoscopia (e perché Google non basta)

La tricoscopia è un esame non invasivo che permette di osservare il cuoio capelluto e i follicoli a forte ingrandimento (di solito 20x–70x). Non richiede prelievi, non è doloroso, dura pochi minuti. È diventato lo standard internazionale per la diagnosi tricologica perché permette di vedere ciò che a occhio nudo è invisibile: la presenza di capelli miniaturizzati, la variabilità di diametro dei fusti, la densità follicolare per centimetro quadrato, lo stato del cuoio capelluto, eventuali segni di infiammazione o cicatrizzazione.

È questo, in pratica, che separa una diagnosi tricologica da un’opinione: senza tricoscopia, qualunque consulenza si basa su impressioni. Con la tricoscopia si dispone di numeri e immagini documentate, da confrontare nel tempo per misurare se un trattamento sta funzionando, o se non sta funzionando, ed è giusto cambiarlo.

Va detto chiaramente: la tricoscopia è un atto medico. Non è il «check-up gratuito» che propongono certi centri commerciali con personale non sanitario. Per essere clinicamente utile va eseguita e interpretata da un medico con formazione tricologica specifica.

Negli studi che la utilizzano correttamente, come DJ Medical, la tricoscopia non è un singolo scatto ma una mappatura multi-zona del cuoio capelluto (in genere area frontale, vertice, regioni temporali e nuca), archiviata digitalmente. Le immagini iniziali diventano così il punto di riferimento per i controlli successivi: a 3 e 6 mesi dall’avvio di un eventuale trattamento si ripete l’esame nelle stesse zone e si confrontano densità follicolare, spessore dei fusti e percentuale di capelli miniaturizzati. Solo così si misura davvero se un protocollo sta funzionando.

A chi rivolgersi per primo: il medico, non il centro

Qui arriva il punto più delicato di tutto l’articolo. Quando un paziente nota una caduta importante, il percorso istintivo è: prima la farmacia, poi un integratore, poi uno shampoo «anticaduta», poi forse un centro tricologico di catena, poi, solo dopo mesi o anni di tentativi a vuoto, uno specialista. È esattamente il percorso opposto a quello che andrebbe seguito.

Il primo passo corretto è una visita tricologica medica. Non per opinione, ma per tre motivi clinici molto concreti.

Primo, perché senza diagnosi è impossibile trattare. Un telogen effluvium da carenza di ferro non si cura con uno shampoo: si cura con un’integrazione mirata, dopo l’esame del sangue. Un’alopecia androgenetica iniziale ha protocolli completamente diversi da un’alopecia areata. Saltare la diagnosi significa, nella migliore delle ipotesi, perdere mesi; nella peggiore, peggiorare il quadro.

Secondo, perché la diagnosi precoce cambia la prognosi. I follicoli miniaturizzati possono essere recuperati, i follicoli ormai cicatrizzati no. Tra il momento in cui un paziente si accorge del problema e il momento in cui si decide a una visita passano in media diversi mesi: sono mesi in cui un’alopecia androgenetica progredisce silenziosamente. Anticipare quel momento è il singolo intervento più efficace che esista in tricologia, e non costa nulla in termini di trattamento, solo una visita.

Terzo, perché un medico non vende un trattamento: indica un percorso. Negli studi tricologici seri il protocollo non viene mai proposto prima di anamnesi, tricoscopia e, dove serve, esami ematici. Per alcuni pazienti il piano includerà trattamenti rigenerativi ambulatoriali come il protocollo Tricopat / TRICOGENESI® (disponibile presso DJ Medical); per altri sarà sufficiente correggere una carenza o modificare una terapia farmacologica in corso; per altri ancora la valutazione potrà orientare verso un trapianto, ma solo dopo aver stabilizzato il quadro. È il paziente, e il follicolo del paziente, a dettare il protocollo, non il contrario.

Cosa aspettarsi in studio: il percorso DJ Medical

Per dare un’idea concreta di cosa significhi davvero «visita tricologica seria», vale la pena descrivere il percorso che si segue nello studio della Dott.ssa Janniello. Non è un protocollo «standard di catena»: è un percorso clinico costruito sui tre momenti che dovrebbero comporre qualunque valutazione tricologica seria.

1. Anamnesi (15-20 minuti). Storia familiare di calvizie, esordio e durata della caduta, eventi scatenanti recenti (stress fisico o emotivo, parto, interventi chirurgici, terapie farmacologiche nuove, episodi infettivi), abitudini alimentari, esami ematici eventualmente già disponibili. È la fase in cui spesso si capisce già la maggior parte di quello che serve sapere.

2. Tricoscopia. Esame del cuoio capelluto con dispositivo a forte ingrandimento, eseguito in più aree (fronte, vertice, tempie, nuca). Le immagini vengono archiviate digitalmente come riferimento per i controlli successivi. Permette di valutare densità follicolare, miniaturizzazione, stato del cuoio capelluto e presenza di eventuali segni infiammatori o cicatriziali.

3. Restituzione clinica. La Dott.ssa Janniello spiega al paziente cosa ha osservato, mostra le immagini, formula la diagnosi e indica, se necessari, esami ematici integrativi (emocromo, ferritina, vitamina D, TSH, B12, ormoni). È il momento dedicato alle domande del paziente.

4. Piano clinico personalizzato. A diagnosi chiusa, viene proposto un percorso terapeutico mirato. Per una parte dei pazienti sarà sufficiente correggere una carenza nutrizionale o modificare una terapia in corso; per altri si valuterà l’inserimento di trattamenti rigenerativi non invasivi come il Tricopat / TRICOGENESI®, il dispositivo medico ambulatoriale che lo studio utilizza per stimolare i follicoli ancora vitali; per altri ancora si orienterà verso una valutazione pre-trapianto, ma solo dopo aver stabilizzato il quadro.

5. Controlli programmati. A 3 e 6 mesi dall’avvio del protocollo si ripete la tricoscopia nelle stesse aree mappate inizialmente. È il momento in cui si misura oggettivamente se il piano sta funzionando, o se serve modificarlo.

Una visita ben condotta termina di rado senza una diagnosi chiara, e quasi sempre senza una proposta di acquisto immediato: la visita stessa è l’atto medico, e la decisione di trattare arriva dopo, con i tempi del paziente.

Un riferimento clinico per il bacino di Roma Sud

Lo studio DJ Medical è attivo nel quadrante di Roma Sud, tra Casal Palocco e la zona AXA, e rappresenta uno dei pochi riferimenti del territorio dedicati alla tricologia medica con approccio strutturato. Serve naturalmente il bacino di Ostia, Acilia, Infernetto e Casal Palocco, ma riceve anche pazienti del centro città che cercano una valutazione tricologica condotta da un medico con formazione specifica.

Sul piano dell’autorevolezza clinica, la Dott.ssa Janniello unisce un profilo formativo poco comune nel settore: laurea in Medicina e Chirurgia, specializzazione quadriennale in Medicina Estetica, attestato in Tricologia rilasciato dalla Società Italiana di Tricologia (S.I.Tri./TricoItalia) e specializzazione in Psicoterapia Bioenergetica, che porta un’attenzione particolare all’impatto psicologico della caduta dei capelli, spesso sottovalutato nella pratica clinica corrente.

Se hai notato una caduta che dura da più di due mesi, un diradamento progressivo o semplicemente vuoi capire da che parte sta il problema, una visita tricologica con uno specialista qualificato è il primo passo concreto da fare.

FAQ

Quanti capelli si perdono in media al giorno?

Tra 50 e 100 capelli al giorno in un soggetto sano. Il numero da solo, però, è poco indicativo: contano di più la durata della caduta, la qualità dei capelli che cadono e la distribuzione del diradamento.

Come capisco se la mia è alopecia androgenetica o telogen effluvium?

L’alopecia androgenetica è un diradamento lento e progressivo, con capelli che diventano sempre più sottili in zone specifiche (tempie, vertice nell’uomo; riga centrale nella donna). Il telogen effluvium è una caduta diffusa, abbondante e reattiva, di solito legata a un evento scatenante recente. La distinzione clinica si fa con la tricoscopia.

La caduta stagionale è normale?

Sì. Variazioni di intensità della caduta in primavera e in autunno sono comuni e in genere si autorisolvono in 4–6 settimane. Una caduta che dura più di tre o quattro mesi non rientra nella stagionalità e merita una valutazione specialistica.

Cosa portare alla prima visita tricologica?

È utile portare, se disponibili, esami del sangue recenti (emocromo, ferritina, vitamina D, TSH, B12), un elenco dei farmaci e integratori assunti negli ultimi 6–12 mesi, e una breve cronologia degli eventi rilevanti (stress, parto, interventi, malattie). Il resto viene svolto in studio.

Lo shampoo o l’integratore «anticaduta» possono bastare?

Senza una diagnosi, no. Possono al massimo accompagnare un protocollo medico mirato. Prima di acquistare qualunque prodotto sarebbe più utile capire cosa sta causando la caduta: la stessa caduta può avere cause completamente diverse, e quindi richiedere risposte diverse.

Per approfondire il profilo professionale della Dott.ssa Dania Janniello e richiedere una consulenza tricologica, è possibile consultare la sua scheda completa sul portale Calvizie.net nella sezione Trova l’esperto della Dottoressa Janniello.

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Redazione Calvizie.net
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La redazione di Calvizie.net è formata da medici, specialisti e appassionati al tema della tricologia. Dal 1999, ci dedichiamo a diffondere informazioni sempre aggiornate sulla cultura della salute dei capelli.
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