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Calvizie avanzata: perché è difficile la ricrescita

Calvizie avanzata: perché è difficile la ricrescita

Chi ha una calvizie di lunga data lo sa bene: i farmaci che frenano la caduta faticano molto a far ricrescere le zone vuote da anni. Una mini-review pubblicata il 30 settembre 2026 su Frontiers in Immunology raccoglie una parte della risposta. Nella calvizie avanzata, attorno al follicolo, si accumulano microinfiammazione e fibrosi, cioè un eccesso di collagene che irrigidisce il tessuto. Secondo gli otto autori, dell’Università di Jiangsu con collaboratori dell’Università di Tokyo, questi processi non causano la calvizie. Possono però renderla più ostinata. E nella maggior parte dei casi il follicolo c’è ancora.

Il follicolo non sparisce

È il punto di partenza, e tiene aperta la porta alla ricrescita. L’alopecia androgenetica è una calvizie non cicatriziale: le unità follicolari restano. I dati di sequenziamento a singola cellula sul cuoio capelluto umano indicano inoltre che il compartimento delle cellule staminali del follicolo è conservato. A cambiare è il follicolo stesso, che sotto l’effetto del DHT si miniaturizza fino a produrre peli sottili e quasi invisibili.

La differenza con le alopecie cicatriziali vere e proprie è netta. Lì la zona delle staminali viene distrutta e il follicolo è sostituito da tessuto cicatriziale. Nell’alopecia androgenetica il follicolo sopravvive, ma l’ambiente attorno può diventare sempre meno favorevole. È la stessa premessa su cui scommette PP405, ora in sperimentazione proprio su calvizie di grado Norwood IV e V: risvegliare follicoli miniaturizzati e dormienti, non crearne di nuovi.

Calvizie avanzata

Una microinfiammazione nota da trent’anni

L’idea non è nuova. Già nel 1992 uno studio istologico descriveva linfociti T, cellule simili ai macrofagi e mastociti attorno ai follicoli di uomini calvi. Nel 2000 un gruppo francese ha dato al fenomeno il nome di “microinfiammazione”. Le biopsie più solide trovano soprattutto linfociti CD4 e mastociti nella parte alta del follicolo, vicino alla sua apertura sulla pelle.

Su un punto gli autori sono netti: l’alopecia androgenetica non è una malattia autoimmune. Non esistono autoanticorpi specifici né un attacco sistematico alle staminali, come avviene nell’alopecia areata. L’infiammazione va letta come un amplificatore di un processo che resta guidato dagli androgeni.

Dal DHT al collagene: la catena proposta

Il modello parte dal meccanismo meglio dimostrato, cioè il DHT che agisce sul recettore degli androgeni nella papilla dermica. Da lì nascono segnali che frenano la crescita e richiamano cellule infiammatorie:

  • TGF-beta: aumenta nelle cellule della papilla di cuoio capelluto calvo esposte agli androgeni. È il candidato principale per collegare l’infiammazione alla produzione di collagene.
  • IL-6: indotta dal DHT, riduce la proliferazione delle cellule che formano il fusto e anticipa la regressione del follicolo.
  • PGD2: la prostaglandina D2 è elevata nel cuoio capelluto calvo e inibisce la crescita attraverso il recettore GPR44. È l’asse su cui si è studiata anche la cetirizina.
  • Senescenza e stress ossidativo: le cellule della papilla delle zone calve invecchiano precocemente e rilasciano segnali infiammatori.

Nell’ipotesi degli autori, questi segnali spingono i fibroblasti attorno al follicolo e la sua guaina connettivale a produrre più collagene e a contrarsi. Il tessuto si irrigidisce, le fibre di collagene si legano in strutture stabili e si indebolisce il dialogo tra papilla ed epitelio, indispensabile per rientrare nella fase anagen. A quel punto il circuito si autoalimenta. Va detto però che solo i primi anelli della catena hanno prove dirette nell’uomo. Il passaggio all’irrigidimento della matrice è ricavato soprattutto da altre malattie fibrotiche, come i cheloidi e la sclerodermia.

Calvizie avanzata: tre stadi, tre gradi di reversibilità

La parte più interessante per chi convive con una calvizie avanzata è la proposta di distinguere tre profili. Per ora sono ipotesi da verificare:

  • Infiammazione prevalente: arrossamento e desquamazione attorno al follicolo, con infiltrati di linfociti e mastociti. È lo stadio in cui un trattamento antinfiammatorio aggiuntivo avrebbe più senso.
  • Rimodellamento attivo: la matrice si sta ancora trasformando, con collagene di nuova produzione. Potenzialmente modificabile.
  • Restrizione strutturale: collagene denso e stabilizzato, guaina contratta. Qui gli autori prevedono la reversibilità più bassa.

Il concetto chiave è che nell’alopecia androgenetica la fibrosi è uno spettro, non un interruttore acceso o spento. Questo aiuta a capire perché due persone con lo stesso grado sulla scala Norwood-Hamilton possano rispondere in modo molto diverso alle stesse terapie. Nessuno sa ancora, però, se questa fibrosi sia davvero irreversibile: mancano biopsie eseguite prima e dopo i trattamenti.Calvizie avanzata

Cosa significa per chi si cura oggi

La prima conseguenza pratica è anche la più risaputa: prima si interviene, meglio è. Se il tempo spinge verso lo stadio strutturale, anticipare le cure resta la scelta con il miglior rapporto tra costi e benefici. Gli autori osservano che abbassare il DHT con finasteride o dutasteride potrebbe ridurre, a monte, anche i segnali di TGF-beta, IL-6 e stress cellulare. Gli studi clinici però quasi mai misurano infiammazione e collagene, quindi più capelli non significa automaticamente meno fibrosi.

Le terapie aggiuntive discusse, dal blocco della PGD2 alla stabilizzazione dei mastociti fino alla modulazione della senescenza, restano candidati, non raccomandazioni. Gli autori avvertono anche dei rischi: inibire in modo generico l’immunità o il TGF-beta potrebbe compromettere la riparazione della pelle e il ciclo normale del capello. Un microneedling troppo profondo o frequente potrebbe perfino peggiorare l’infiammazione, e per il PRP le prove restano deboli. Studi come quello in corso su PP405 diranno, di fatto, fino a che punto la calvizie avanzata resta reversibile.

I limiti

Si tratta di una mini-review: non porta dati nuovi, riorganizza la letteratura esistente e propone un modello. Gli stessi autori indicano come incertezza principale la direzione causale, perché l’infiammazione potrebbe precedere la miniaturizzazione, seguirla o accompagnarla. Non esistono percentuali affidabili su quanti calvi abbiano fibrosi, dato che le biopsie disponibili provengono spesso da casi complessi o resistenti alle cure. I cambiamenti osservati possono dipendere anche dalla fase del ciclo in cui si trova il follicolo al momento del prelievo, e diversi passaggi del modello sono presi in prestito da altre malattie.


Fonte: Li Y, Wan X, Geng Y, Zhu W, Xu H, Xiong Y, Zheng Y, Li Y. Inflammation–fibrosis coupling in androgenetic alopecia: evidence and mechanistic hypotheses for progressive hair follicle miniaturization. Frontiers in Immunology, 2026; 17. DOI: 10.3389/fimmu.2026.1960477

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