Ciao a tutti, mi chiamo Lorenzo ho 31 anni
scrivo questo post per condividere in modo il più possibile completo e onesto la mia cronostoria legata alla calvizie, includendo non solo l’aspetto clinico ma anche quello psicologico ed emotivo, che credo sia inevitabilmente soggettivo ma allo stesso tempo comune a molti di noi.
La perdita di capelli è iniziata gradualmente, senza un momento preciso di “rottura”. All’inizio ho cercato di minimizzare, come fanno in tanti: mi dicevo che non era poi così evidente, che c’era di peggio, che bastava sistemarli in un certo modo. Con il tempo ho iniziato a convivere con un aspetto estetico dei miei capelli che, in fondo, non mi piaceva, ma che ho provato a farmi andare bene con la forza.
Per anni ho cercato di raggiungere una sorta di accettazione forzata:
“Devi piacerti così”,
“Non conta l’aspetto”,
“È solo un problema estetico”.
Il problema è che, nonostante gli sforzi razionali, mentalmente e psicologicamente non sono mai arrivato a stare davvero bene con me stesso. Ogni specchio, ogni foto, ogni luce dall’alto, ogni confronto involontario riaccendeva quel disagio. Non si tratta solo di vanità: è una sensazione costante di non riconoscersi, di sentirsi “meno a posto” rispetto a come ci si sente dentro.
Col tempo ho capito una cosa importante: abituarsi non significa stare bene.
Io mi ero quasi abituato, sì. Ma non ero sereno. E questa differenza, col tempo, pesa.
Da qui nasce il pensiero dell’autotrapianto. Non come scelta impulsiva o dettata dalla disperazione, ma come risultato di un percorso interiore lungo, fatto di tentativi di accettazione, di razionalizzazione e anche di negazione. Arriva un momento in cui uno si chiede:
“Sto davvero scegliendo di non fare nulla, o sto solo rinunciando?”
Oggi mi trovo nella fase in cui voglio informarmi seriamente, capire cosa è realistico aspettarsi, quali cliniche siano davvero affidabili, quali tecniche siano più adatte al mio caso e soprattutto fare una scelta consapevole, senza illusioni ma anche senza auto-sabotarmi.
Chiudo con un pensiero che forse potrà aiutare altri:
la calvizie viene vissuta in modo totalmente soggettivo, e non esiste una reazione giusta o sbagliata.
Se una persona riesce ad accettarla e stare bene, è una grande forza.
Ma se, come nel mio caso, dopo anni non si riesce a trovare un equilibrio mentale, voler intervenire non è una debolezza, ma un atto di rispetto verso se stessi.
Inizio 2015 con una visita all’ambulatorio di tricologia dell’Umberto 1 dal dott. Rossi, prime cure con minoxidil topico e finasteride topica, portate avanti per 5 anni.
Inizio 2020 interruzione delle cure con lozioni topiche, visita dermatologica all’IDI dal chirurgo/tricologo Dott Schiavone, prescrizione e assunzione tutt’ora di finasteride orale farmaco 1 mg al giorno e minoxidil orale 2.5 mg al giorno effettuato anche vari prp per mantenimento.
scrivo questo post per condividere in modo il più possibile completo e onesto la mia cronostoria legata alla calvizie, includendo non solo l’aspetto clinico ma anche quello psicologico ed emotivo, che credo sia inevitabilmente soggettivo ma allo stesso tempo comune a molti di noi.
La perdita di capelli è iniziata gradualmente, senza un momento preciso di “rottura”. All’inizio ho cercato di minimizzare, come fanno in tanti: mi dicevo che non era poi così evidente, che c’era di peggio, che bastava sistemarli in un certo modo. Con il tempo ho iniziato a convivere con un aspetto estetico dei miei capelli che, in fondo, non mi piaceva, ma che ho provato a farmi andare bene con la forza.
Per anni ho cercato di raggiungere una sorta di accettazione forzata:
“Devi piacerti così”,
“Non conta l’aspetto”,
“È solo un problema estetico”.
Il problema è che, nonostante gli sforzi razionali, mentalmente e psicologicamente non sono mai arrivato a stare davvero bene con me stesso. Ogni specchio, ogni foto, ogni luce dall’alto, ogni confronto involontario riaccendeva quel disagio. Non si tratta solo di vanità: è una sensazione costante di non riconoscersi, di sentirsi “meno a posto” rispetto a come ci si sente dentro.
Col tempo ho capito una cosa importante: abituarsi non significa stare bene.
Io mi ero quasi abituato, sì. Ma non ero sereno. E questa differenza, col tempo, pesa.
Da qui nasce il pensiero dell’autotrapianto. Non come scelta impulsiva o dettata dalla disperazione, ma come risultato di un percorso interiore lungo, fatto di tentativi di accettazione, di razionalizzazione e anche di negazione. Arriva un momento in cui uno si chiede:
“Sto davvero scegliendo di non fare nulla, o sto solo rinunciando?”
Oggi mi trovo nella fase in cui voglio informarmi seriamente, capire cosa è realistico aspettarsi, quali cliniche siano davvero affidabili, quali tecniche siano più adatte al mio caso e soprattutto fare una scelta consapevole, senza illusioni ma anche senza auto-sabotarmi.
Chiudo con un pensiero che forse potrà aiutare altri:
la calvizie viene vissuta in modo totalmente soggettivo, e non esiste una reazione giusta o sbagliata.
Se una persona riesce ad accettarla e stare bene, è una grande forza.
Ma se, come nel mio caso, dopo anni non si riesce a trovare un equilibrio mentale, voler intervenire non è una debolezza, ma un atto di rispetto verso se stessi.
Inizio 2015 con una visita all’ambulatorio di tricologia dell’Umberto 1 dal dott. Rossi, prime cure con minoxidil topico e finasteride topica, portate avanti per 5 anni.
Inizio 2020 interruzione delle cure con lozioni topiche, visita dermatologica all’IDI dal chirurgo/tricologo Dott Schiavone, prescrizione e assunzione tutt’ora di finasteride orale farmaco 1 mg al giorno e minoxidil orale 2.5 mg al giorno effettuato anche vari prp per mantenimento.
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